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fai una scelta digitale! Digitale Umano mi raccomando
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Il regalo di Bill Gate

Microsoft, questo Settembre  ha deciso di rendere pubblico il codice sorgente del BASIC 1.1

Sì, proprio Microsoft.
Quella delle licenze, degli aggiornamenti obbligatori, delle finestre che si riavviano quando non dovrebbero.
Ed è forse anche per questo che la notizia merita attenzione.

Perché non è solo un gesto tecnico. È un gesto politico, nel senso più ampio del termine: riguarda l’accesso, la conoscenza, il rapporto tra chi costruisce le tecnologie e chi le usa. Riguarda chi può capire come funziona il mondo digitale e chi deve solo fidarsi.

Quel codice nasce in un’epoca in cui i computer non erano ancora oggetti rassicuranti, ma macchine da interpretare, quasi da domare. Quando Bill Gates e Paul Allen scrissero il BASIC, non stavano pensando a quote di mercato o ecosistemi chiusi. Stavano cercando un modo semplice per permettere a più persone possibili di interagire con una macchina.

Un linguaggio imperfetto, a volte persino goffo, ma democratico.
Un’idea semplice: se capisci cosa c’è sotto, non sei più solo un utente. Sei parte del gioco.

Il BASIC, poi portato sul MOS 6502 anche grazie al lavoro meno celebrato ma fondamentale di Ric Weiland, fece una cosa che oggi diamo per scontata e che allora era quasi sovversiva: entrò nelle case.

Io l’ho incrociato più o meno in quel periodo.

Prima del grigio.
Prima del verde.
Prima del READY.

Io ho visto l’Ambra.
Anni ’80.
IL COBOL.
Un Mainframe Honeywell

Un computer che non vedevi veramente, ma lo sentivi.

Era grande, serio, distante. E tu eri piccolo, rispettoso, quasi timoroso. Scrivevi codice sapendo che ogni riga aveva un peso, che sbagliare costava tempo, turni, notti.

Non era creatività. Era disciplina.

Poi arrivò il terremoto, novembre 1980.
Quello vero, che scosse la terra.
E quello invisibile, che scosse le certezze.

Un’epoca che si spezzava, mentre noi , giovani, ostinati, continuavamo a credere che in quelle righe ci fosse qualcosa di più di un mestiere. C’era collaborazione. C’era futuro.

Finire quel corso tra le mille peripezie e trasferimenti dovuti al terremoto, non fu solo “finire un corso”.  Fu affermare la  volontà sempre più  radicata di andiamo avanti.

Poi arrivò lui.

Il primo computer che potevo permettermi davvero: il Commodore 64.

Le prime schermate sulla tv, con lettore e  registratore a cassette, si le C60 quelle audio.
Poi Floppy che gracchiava. Stampante ad aghi che sembrava una mitragliatrice.

Poi lo Schermo, fosfori  verde.
e poi …. READY.

E quella scritta non mentiva: eri davvero pronto.
Con il BASIC facevi tutto.
Scrivevi software in una notte.
Software che ti pagavano con  più lire di uno stipendio mensile di tuo padre.

Non perché fossi un genio.

Ma perché quel linguaggio non ti respingeva. Ti accoglieva.
Il BASIC non ti diceva: non sei abbastanza bravo.
Ti diceva: prova di nuovo.
E per me, che venivo dal COBOL,  da fogli pieni di righe numerate, da analisi infinite prima ancora di scrivere una riga di codice, con routine ingarbugliate che dovevano stare in piedi come un bilancio pubblico,  quella parola “READY” era una mano sulla spalla.

Come se qualcuno ti dicesse:vai avanti, il futuro è da quella parte.

Il COBOL ti formava alla disciplina. Ti obbligava a pensare prima, molto prima. A immaginare il flusso, gli errori, le eccezioni, quando ancora il programma non esisteva.

E quella scuola, col senno di poi, mi ha lasciato una predisposizione preziosa: il rispetto per l’analisi, per la struttura, per le conseguenze di ogni scelta.

Ma il BASIC faceva un’altra cosa, altrettanto importante.

Ti restituiva il piacere.
Ti permetteva di sporcarti le mani subito.
Di vedere qualcosa accadere mentre stavi ancora imparando.
Di sbagliare senza sentirti in colpa.
Era rigore da una parte e libertà dall’altra.

Ed è stato proprio l’incontro tra queste due cose, la testa formata dal COBOL e il cuore liberato dal BASIC, a insegnarmi che la tecnologia migliore nasce sempre così: quando la complessità non schiaccia l’umano, ma lo accompagna.

Quando Microsoft oggi rende pubblico quel codice, non sta celebrando se stessa.

Sta riconoscendo che la conoscenza ha una storia, e che quella storia va condivisa.

Conta perché:
•ci ricorda che l’innovazione nasce spesso da strumenti semplici
•ci mostra che la collaborazione viene prima del mito del genio solitario
•ci dice che l’open source oggi è ciò che il BASIC fu allora: un ascensore sociale, culturale, umano

Non è un caso se milioni di persone hanno imparato a programmare senza corsi, senza certificazioni, senza badge. Solo curiosità, errori e notti insonni.

Il mio  Digitale Umano non è nostalgia, è responsabilità

Oggi parliamo di cloud, di intelligenza artificiale, di automazione, di piattaforme che decidono per noi cosa vedere, cosa leggere, cosa comprare. Tutto più veloce. Tutto più opaco.

Ed è qui che quel vecchio BASIC, reso open source dopo quasi cinquant’anni, smette di essere un ricordo e diventa una domanda civica: chi capisce davvero le tecnologie che usa ogni giorno?

Perché il problema non è se il codice sia vecchio o nuovo.

Il problema è se il digitale resta uno spazio di partecipazione o diventa solo un sistema da subire.

Il Digitale Umano nasce esattamente qui: nell’idea che la tecnologia non debba semplificarci la vita togliendoci voce, ma renderci più consapevoli, più autonomi, più capaci di scegliere.

Il BASIC, allora, insegnava questo senza proclami:
se sai come funziona, non hai paura.
Se non hai paura, puoi creare.
Se puoi creare, non sei solo un consumatore.
Non era tutto meglio.
Ma era più chiaro chi comandava: il codice, se lo conoscevi, rispondeva a te.


E forse oggi, nel pieno della complessità digitale, la vera modernità non è correre più veloce, ma fermarsi un attimo e chiedersi se stiamo ancora guidando noi.
Perché ogni tecnologia che dimentica le persone non è progresso.
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