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fai una scelta digitale! Digitale Umano mi raccomando
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Io rubo solo ciò che fa figo

Ci sono frasi che sembrano una battuta, e invece raccontano un’epoca meglio di un saggio.
Non si ruba più ciò che serve. Oggi si ruba ciò che fa figo.
Potrebbe essere lo slogan di certi influencer, e invece descrive alla perfezione tanto i ladri di oggi quanto quelli “creativi” di ieri.

Sì, perché questa mentalità non nasce con gli smartphone: la inseguivamo già negli anni Ottanta, quando la vita scorreva lenta nei quartieri, i panni si stendevano al sole, e l’unico algoritmo che ci giudicava era quello dei vicini affacciati ai balconi.

Ed è proprio da lì che voglio partire: da un ricordo del 1981 che, collegato ai furti selettivi di iPhone a Londra, spiega più di mille statistiche come siamo arrivati a vivere in un mondo dove persino i ladri fanno branding.

Era 1981 e in un quartiere di Napoli  c’era una figura incredibile, un personaggio che oggi sarebbe diventato virale su TikTok in meno di un’ora.

Non rubava portafogli.
Non rubava motorini.
Non rubava nelle case.

Rubava i panni stesi dai fili nel vicolo.

E anche qui, non tutti: solo quelli belli.
Solo quelli “di marca”.
Solo quelli che, già allora, “facevano figo”.

La sua era una selezione accurata.
Lui passava tra i vicoli come uno stylist: guardava i jeans, toccava le magliette, valutava le camicie con una serietà professionale.
Poi prendeva ciò che riteneva degno del suo outfit.

Ma la parte migliore, e più surreale, veniva dopo.

Rubava per sentirsi qualcuno… ma restituiva per principio

Dopo aver indossato quei capi per qualche giorno, quando trovava il momento giusto, li riportava al legittimo proprietario.

Si spogliava per strada, si toglieva i pantaloni o la camicia che aveva rubato, e la riappendeva con cura sul filo.
Per lui era “un peccato lavarli male” o, peggio ancora, buttarli.
Era convinto che quei capi avessero un destino migliore del secchio dell’immondizia.

Un gesto che oggi sembrerebbe performance art, e invece era proprio lui: il ladro-stilista del quartiere.
Rubava solo ciò che aveva valore sociale.
Esattamente come accade oggi,  solo che oggi è tutto più aggiornato, elettronico, digitale e globale.

Passano quarant’anni e le storie cambiano scenario.
Non più un vicolo di quartiere, ma le strade ultramoderne di Londra.
Non più fili della biancheria, ma mani che stringono smartphone.

Eppure la logica è identica.

Le cronache raccontano di un fenomeno assurdo:
i ladri in scooter o e-bike rubano solo gli iPhone.
Gli altri smartphone?
Snobbati.
Rifiutati.
A volte persino restituiti con una certa eleganza criminale:
«Don’t want no Samsung.»
«Not this one.»
«Keep it.»
E mentre lo leggo, mi sembra di rivedere il ladro che ho conosciuto in quel quartiere.
Solo che adesso il brand di riferimento non è sul tessuto, sul coccodrillo, o sulla T della maglia, ma della mela sul retro di un telefono.

Quello che unisce il ladro dei panni del 1981 al ladro dell’iPhone del 2025 è un meccanismo semplice e potente:

non rubano ciò che serve
rubano ciò che fa figo

È la cultura dello status che guida la selezione.
La stessa cultura che guida gli acquisti, le mode, i desideri.
La stessa cultura che decide il valore percepito delle cose e, purtroppo, spesso delle persone.

E il fatto che persino i ladri seguano questa logica è la dimostrazione più pura, e più inquietante, di quanto ci siamo incastrati in un sistema che valuta tutto in base al simbolo, non alla sostanza.

Oggi contano:
il telefono che hai
le scarpe che indossi
il brand che sfoggi
i like che ottieni
la tua estetica digitale quanto riesci a “fare tendenza”

E in tutto questo, il valore umano sembra sempre più una nota a piè pagina.
L’intelligenza, la competenza, la sensibilità, la gentilezza… sono diventati optional.

E allora ecco che succede:
una persona può essere ignorata, ma un telefono no.
Un professionista può essere sottovalutato, ma un logo no.
Un’idea può essere scartata, ma un brand di lusso diventa intoccabile.

È questo il mondo che abbiamo costruito, spesso senza accorgercene.
Un mondo in cui la dignità è stata barattata con l’apparenza.

Se guardiamo bene, la scena dei ladri londinesi è un cortocircuito culturale:

rubano ciò che ha valore estetico
ignorano ciò che ha valore funzionale
selezionano con criteri da consumatori
confermano che il brand è più forte della tecnologia stessa

È come se il mercato parlasse attraverso di loro.
Come se l’iPhone fosse diventato talmente dominante da influenzare persino la microeconomia del crimine.

Ed ecco che “Non rubo ciò che serve. Rubo ciò che fa figo.”
non è più una battuta:
è una diagnosi.

Non è una morale facile da digerire, ma eccola:

Abbiamo dato troppo valore agli oggetti, e troppo poco alle persone.

Continuiamo a costruire identità sugli accessori, non sulle capacità.
Valutiamo qualcuno dall’estetica che mostra, non dalla sostanza che porta.
E finiamo per vivere in un mondo in cui persino i ladri sembrano più fedeli al mercato che alla logica.

Serve ribaltare la prospettiva.
Serve ricordarci che il valore umano viene prima del valore di scambio.
Serve insegnarlo a noi stessi, ai nostri figli, e anche alla società che ci osserva mentre inseguiamo mode come fossero respiri.

Perché in un mondo dove tutto è immagine, ciò che conta davvero rischia di passare inosservato.

:

Il ladro dei panni lo dimostrava a modo suo:
non gli serviva rubare per necessità. Rubava per apparire. Ma almeno, nella sua follia, restituiva ciò che non era suo. Oggi, invece, rubiamo (metaforicamente o meno) attenzione, status, prestigio. E raramente restituiamo qualcosa di vero.
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