Ada Lovelace, la collega che aveva già capito tutto
In ogni ufficio c’è una collega così. Nel mio si chiama Ada Lovelace. Arriva prima di tutti, ha visto passare più tecnologie di quante ne ricordiamo noi, e quando apri bocca per spiegarle la novità del momento ti guarda con un mezzo sorriso. Come a dire: “Caro, questa l’avevo già pensata io.”
Oggi ve ne presento una. Ha più di duecento anni, non ha mai visto un computer acceso e, a rigor di logica, non dovrebbe sapere niente di intelligenza artificiale. Eppure, quando si parla di dove stiamo andando, è ancora una delle prime della classe.
Signore e signori: Ada Lovelace, la collega più anziana dell’ufficio.
Una collega con un curriculum un po’ particolare
Nasce a Londra il 10 dicembre 1815. Il padre è Lord Byron, sì, proprio il poeta. Il genere di padre che scrive versi immortali e poi sparisce dopo poche settimane. La madre, Annabella Milbanke, ha un’idea molto precisa: questa bambina non deve diventare romantica e sregolata come il padre. Quindi? Matematica. Tanta matematica.
Il piano funziona a metà, e per fortuna. Ada Lovelace diventa bravissima con i numeri, ma la vena poetica non se ne va. Lei stessa la chiamerà “scienza poetica”: la capacità di guardare un ingranaggio e immaginare cosa potrebbe diventare. Che, a pensarci bene, è esattamente quello che serve a chi lavora con la tecnologia.
Il primo colloquio di lavoro: Charles Babbage
A 17 anni conosce Charles Babbage, un inventore che sta progettando macchine per fare calcoli. La più ambiziosa si chiama Macchina Analitica: un enorme congegno a vapore, fatto di ruote dentate, che sulla carta ha tutto quello che ha un computer moderno. Memoria, unità di calcolo, istruzioni date tramite schede perforate. Peccato che non verrà mai costruita.
Babbage resta così colpito da quella ragazza che la soprannomina “l’Incantatrice dei Numeri”. Oggi su LinkedIn lo metteremmo nelle competenze.
Il momento in cui ha capito tutto (con un aiuto italiano)
Qui la storia diventa anche un po’ nostra. Nel 1840 Babbage presenta la sua macchina a Torino, e un giovane ingegnere militare, Luigi Federico Menabrea, ne scrive un resoconto in francese. Sì, lo stesso Menabrea che anni dopo diventerà Presidente del Consiglio del Regno d’Italia.
Nel 1843 Ada Lovelace traduce l’articolo in inglese. E fa quello che fanno le colleghe brave quando ricevono un documento da sistemare: ci aggiunge le sue note. Solo che le sue note sono circa tre volte più lunghe dell’articolo originale.
Nella Nota G descrive passo passo come la Macchina Analitica potrebbe calcolare i cosiddetti numeri di Bernoulli. È considerato il primo programma per computer mai pubblicato. Scritto per una macchina che non esisteva. Altro che lavorare in remoto.
Perché Ada Lovelace è ancora avanti a noi
Il programma, però, non è la cosa più sorprendente. Babbage vedeva la sua macchina come una calcolatrice gigante. Ada Lovelace vede qualcosa di più: se la macchina lavora con simboli, e i simboli possono rappresentare qualsiasi cosa, allora un giorno potrebbe trattare lettere, immagini, perfino musica. Scrive che potrebbe comporre brani musicali elaborati e di qualsiasi lunghezza.
Nel 1843. Quando la tecnologia più avanzata in circolazione era il telaio meccanico.
E c’è un’altra frase sua che oggi fa discutere più che mai. Ada scrive che la Macchina Analitica non ha alcuna pretesa di creare qualcosa: può fare solo ciò che noi sappiamo ordinarle di fare. Cento anni dopo Alan Turing, il padre dell’informatica moderna, dedicherà a questa idea un intero paragrafo, chiamandola “l’obiezione di Lady Lovelace”.
Le macchine possono essere davvero creative, o rimescolano soltanto quello che gli abbiamo dato?
Ecco, è la stessa domanda che ci facciamo oggi davanti a ChatGPT e compagnia. La nostra collega se l’era già posta prima ancora che il computer esistesse.
Cosa ci insegna Ada Lovelace
Ada muore giovanissima, a 36 anni, nel 1852. Per oltre un secolo il suo lavoro resta quasi dimenticato, finché l’informatica non la riscopre. Nel 1980 il Dipartimento della Difesa americano chiama con il suo nome un linguaggio di programmazione, Ada. E ogni anno, il secondo martedì di ottobre, si celebra l’Ada Lovelace Day, dedicato alle donne nella scienza e nella tecnologia.
Da Ada Lovelace, secondo me, impariamo tre cose:
- La tecnica non basta. Serve anche l’immaginazione, quella “scienza poetica” che fa vedere cosa c’è oltre l’ingranaggio.
- Le domande giuste durano più delle risposte. Le sue macchine sono rimaste sulla carta, le sue domande sono ancora sul tavolo.
- Le note a margine contano. A volte la cosa più importante non è il documento, ma quello che qualcuno ci scrive accanto.
Se volete capire da dove arriva tutto questo, ho raccontato la storia dell’intelligenza artificiale anche in questo articolo.
Insomma, la prossima volta che qualcuno vi dice che l’intelligenza artificiale è “roba da giovani”, raccontategli di questa signora dell’Ottocento. Non ha mai toccato una tastiera, ma aveva già capito dove stavamo andando. Noi ci stiamo ancora arrivando.

No comments
Be the first to comment.